2012.04.27

#12 (da qualche parte della storia, solo una trentina di pagine più giù)

(piccole coordinate per una migliore comprensione della seguente storia. questo è il secondo romanzo che sto scrivendo, ho iniziato per gioco e mi sono ritrovato con 75.000 battute dopo due giorni di lavoro. niente di quello che state per leggere è ponderato, rivisto, sistemato. scrivo come un selvaggio sopra le pareti della sua grotta. il protagonista di questa storia è uno che ha provato a vivere di scrittura, ma è finito a lavorare per una casa editrice a pagamento. questo pezzo è parte del suo passato, quando il suo libro d'esordio, Muflone, aveva il suo bravo giro di distribuzione nei bagni dei bar e degli autogrill del paese, in migliaia di copie stampate in casa e rilegate malamente. p.s. mi diverto come un pazzo.)

Qui inizia la storia di me come autore della Grande E.
Il primo contatto con i miei nuovi datori di lavoro – i primi a non richiedere puntualità, dedizione, annullamento nel sacro obiettivo dell’azienda – avviene in una stanza bianca, mobili e poltrone nere.
Immaginate un laboratorio per esperimenti su cavie. Bianco, asettico, privo di emozioni.
Un uomo con mani più lunghe e pelose del normale stringe calorosamente le vostre.
Siediti, dice.
Muflone è davvero un libro coraggioso, dice. Il suo successo è meritatissimo.
A questo punto della storia, il mio esordio letterario scuote le coscienze nei cessi di tutto il paese.
A un certo punto della storia, anche il fatto che Muflone sia più famoso di me – del suo autore, del soggetto Scrittore, annientato dalla bellezza delle sue stesse parole – ha una sua poesia.
Vogliamo firmare un contratto di esclusiva con te per i prossimi cinque anni, questo dice l’uomo dalle mani lunghe.
Il pezzo grosso. Il capitano coraggioso.
Contratti, premi, sceneggiature, cocaina e scrittrici minorenni e ben disposte ad alleviare il mio malessere esistenziale – questo dice.
Il paradiso dei bimbi grandi, dice.
Potreste iniziare a credervi speciali. Fidatevi.
“C’è solo un piccolo problema” dice l’uomo dalle mani lunghe, accendendo un sigaro, esportazione cubana illegale, duecento euro di anticipo sul cancro.
È un problema d’immagine.
La parola è Sciatto.
La vita di tutti i giorni tende a renderci simili, indistinguibili, come tante piccole cavie in attesa della mattanza – questo dice lui.
Grigi. Smunti. Prevedibili.
La gente non si aspetta questo da un soggetto Scrittore.
Il pubblico vuole il sangue o le coccole, il mare o la montagna. Non si può piacere a tutti, bisogna identificare e puntare decisi verso un target preciso.
“Pensi che la saga di Twilight non sia stata scritta per il crescente movimento Emo?” chiede.
“Pensi che Tre Metri sopra il Cielo non sia stato scritto per i fan di Baglioni?” insiste.
Penso? – questo si chiede il direttore della Grande E.
Penso? – è triste arrivare al punto di averne il dubbio, fidatevi.
Muflone ha avuto un successo trasversale; ha appassionato vecchi e giovani, romantici e cinici. Gente che doveva solo cagare e si è persa tra le pagine del mio libro, toccata dalla poesia delle mie parole.
Un’esperienza mistica - dice il pezzo grosso, il direttore, il mio messia in formato tascabile.
Qui entra in gioco il fior fiore dei pubblicitari della casa editrice – enorme, corrotta, sparsa un po’ ovunque come un virus maligno – conosciuta come grande E.
A questo punto della storia, io sono diventato una citazione nella lunga e illustre storia della grande E.
Prima del Monarca.
Prima de L’uomo ha smesso di volare per Scelta.
E ben prima di Chastity Brown.
Stavi cercando di compiacerlo, dice lei ora. Volevi piacere a tutti, questo dice.
“La tua immagine deve cambiare” dice il direttore, mister Grande E.
Immaginate di non sapere bene cosa volete fare di voi stessi, di considerarlo sostanzialmente uguale e facilmente prevedibile con un po’ di sforzo. O vi buttate, o finite di morire come tutti gli altri – i banali, i noiosi, i falsi e tendenziosi – e il solo pensiero è più doloroso che qualsiasi morte possiate scegliere.
Scrivere è più facile che morire, dice Chastity.
Puoi scegliere tra varie tipologie di personalità, dice mister Grande E.
Bello e dannato; ma dovrò dimagrire un po’ per questo, dice.
Luminare e luminoso; ma avrò bisogno di leggere parecchi libri difficili e di numerose sedute sul lettino solare.
Fortunato e mediocre; questo mi si addice di più, dice mister Grande E. con il volto nascosto dal fumo denso del sigaro - ma vuole che sia io a decidere, non vuole forzare la mano.
Anche il mio prossimo libro dovrà avere delle coordinate bene precise.
La parola è Commerciale.
È la parola che non uso mai, ma questo non lo dico davvero.
Muflone è grezzo, raffazzonato. Si vede chiara la mancanza di una struttura temporale, filosofica e morale.
“E’ stato utile a smuovere lo stomaco di molte persone, ma non ha nemmeno toccato il loro cervello” questo dice mister Grande E.
Immaginate di essere un farmaco, un lassativo per la precisione.
Sembra il diario di un ragazzino delle medie, questo dice lui.
La parola è Giovanile.
Disperato. Falso. Morente.
Cerca di restare aggrappato a questa vita, lurida mummia ammuffita, con forti dosi di botox e frequenti massaggi thailandesi; i suoi capelli bianchi e lunghi sulle spalle, il suo modo di vestire come un cowboy elegante, gli occhiali da sole sul viso in pieno giorno.
Tutte piccole prove di un ego immenso, effimero, ridicolo.
Questo è quel che so fare meglio, dico.
“Il tuo meglio non è abbastanza” dice lui, ma non devo preoccuparmi.
Hanno anche una nutrita squadra di ottimi scrittori, capaci di trasformare un fazzoletto sporco in un bestseller mondiale, ma nessuno di loro è abbastanza interessante da poter interpretare un personaggio, ed io non sono abbastanza bravo da meritarmi di entrare nella squadra.
Vado bene come pupazzo. Immaginate di essere uno specchietto per le allodole.
“Naturalmente” dice mister Grande E. schiacciando il sigaro nel posacenere “potrai sempre contribuire con le tue idee al processo creativo.”
Volevi solo essere amato, dice Chastity.
“Sai cosa devi fare” dice mister Grande E. mettendomi davanti al contratto.
Immaginate di non riuscire a trovare una penna che scriva.
A un certo punto della storia, mi sono trovato a raccontare così tante storie su di me che ho perso di vista la storia principale.
E questo molto prima d’imparare il significato della parola Uccidere, quello della parola Morire.
Scrivere è più facile che morire, ripete Chastity.
Firmo e mi abbandono totalmente alle cure della Grande E. nella figura di enorme casa editrice, corrotta, sparsa un po’ ovunque come un virus maligno.
Qui finisce la storia di me come autore della Grande E.
 

2012.04.23

#2.

L’autore de L’uomo ha smesso di volare per Scelta, un vecchio campano rincoglionito con le cataratte agli occhi, quasi ottant’anni e le unghie gialle e sporche, mi ha telefonato per chiedere perché il suo libro è introvabile a tre mesi dall’uscita.
Gli dico che, effettivamente, il libro è in vendita in ben sei librerie sparse sul territorio nazionale – cinque del nostro giro di distribuzione, una segnalataci da lui – ed è facilmente ordinabile su internet, anche se questo è un discorso che i giovani autori recepiscono meglio, al costo di quattordici euro e novanta per copia.
Gli dico che, volendo, potrebbe ordinare un centinaio di copie al prezzo speciale di centotrenta euro e novantanove centesimi – una volta ho chiesto al Monarca il perché di quei novantanove cent, e lui mi ha detto che suona molto più professionale - e poi farci quel che vuole: regalarlo agli amici, venderlo su una bancarella a qualche fiera di paese, organizzare presentazioni con radio, tv e stampa.
È facile, dico. Basta conoscere la gente giusta.
È facile come scrivere un romanzo e pubblicarlo.
Non so se avete mai avuto a che fare con degli scrittori, ma con le giuste coordinate sono persone abbastanza semplici da governare.
La parola è Ego.
Il soggetto Scrittore è sotto il giogo e la maledizione di una bugia, una convinzione spinta tanto aldilà dello scibile umano da essere diventata verità: di essere il frutto più vicino caduto ai piedi di Dio.
Tutti, nessuno escluso.
L’autore de L’uomo ha smesso di volare per Scelta non è convinto, dice che noi – come figura di casa editrice piccola, indipendente e gratis fino a un certo punto – l’abbiamo solo preso per il culo e nient’altro. Per assicurarci il suo assegno, dice. Per banchettare con i suoi soldi, brindando alla sua ingenuità.
Probabile, ma non glielo dico.
Quel che dico è che un autore alle prime armi deve saper investire su se stesso, che il mondo è pieno di santi, poeti, navigatori e scrittori e lui è solo uno in più, e la differenza tra lui e tutti gli altri – tra lui e uno che ce la fa - sta nell’impegno che mette nel pubblicizzare la sua opera.
Anche indipendentemente dalla mammella della nostra casa editrice.
Siamo piccoli, dico. Appena nati, dico.
Senza il fondamentale supporto economico, una sofferta e ragionata richiesta di partecipazione, non siamo altro che insetti nella grande giungla dei leoni; ma se abbiamo scelto il suo libro è perché crediamo sia un’opera di valore, qualcosa che la gente dovrebbe essere obbligata a leggere e che ha solo bisogno di una piccola spinta per giungere alla ribalta.
E di lì è in discesa: contratti, premi, sceneggiature, cocaina e scrittrici minorenni e ben disposte ad alleviare il loro malessere esistenziale.
Il paradiso dei bimbi grandi, dico.
E forse a lui, vecchio insetto che non è altro, interesserebbe infilare il naso tra le cosce lisce e tornite di una quindicenne romantica, un po’ decadente, un po’ nauseata dal mondo, per mordere quella giovinezza ormai fuggita - ma questo non lo dico, non davvero.
Pensi a Camilleri, dico. Venuto fuori dal nulla a centodieci anni o giù di lì.
Lo dico, anche se non è vero.
Sono pagato per questo.
Faccio centro. Il mio uomo, il mio autore sconosciuto, odia Camilleri. Non lo sopporta proprio, quindi non sa che ha alle spalle una lunga e onorevole carriera prima di Montalbano.
E se può un Camilleri diventare famoso e vendere caterve di libri, perché non potrebbe lui? – dico.
Questo succede a chi perde tempo a interrogarsi su quante caccole erano nel naso di Cechov. Sul profumo delle scoregge di Stendhal.
Il vero problema è che si perde di vista la realtà. A un certo punto della storia l’intera vita del soggetto Scrittore è una confusa teoria di caos e casualità: tutto accade in funzione del suo Io, ogni cosa è una creazione divina il cui scopo ultimo è interagire con il soggetto Scrittore.
A un certo punto della storia, anche un gatto investito da un autobus – un lato della faccia sciolto come cera, un occhio penzolante e materia cerebrale sul cemento – ha una sua poesia. Fidatevi.
Ora. L’uomo ha smesso di volare per Scelta è uno dei peggiori crimini contro la stampa mai perpetrati dal principio del mondo a oggi, ma questo non lo dico davvero.
È ostico, dico, specie per un pubblico cullato e coccolato da una letteratura di serie B, storie facili per menti semplici, manuali di cucina e dizionari per idioti.
“Digli che è la cosa migliore che abbia mai letto” dice il Monarca abbastanza forte perché non debba ripeterlo davvero, accendendo un sigaro da venticinque euro. “E’ un genio. Qui vi dico, abbiamo un’artista!” insiste.
Il mio capo è davvero eccitato per il suo lavoro, dico.
Anch’io.
Il suo libro è una stella nel buio arido dell’universo letterario contemporaneo, frutto di un percorso sicuramente pieno di significato, da cui le nuove generazioni possono trarre preziose perle di saggezza – mentre, sostanzialmente, è la storia di un ottuagenario incapace di farselo rizzare che perde la testa per una badante romena.
Questa è la mia storia.
Io che fingo di leggere centinaia di romanzi, raccolta di poesie o racconti, e cerco di trovarvi sempre qualche cosa di buono su cui montare una nuova storia, fatta di paragoni fantasiosi e falsi complimenti.
Ma questa è anche la storia di tutte queste storie.
La storia di come ho finito per incontrare Chastity.
E di come l’ho uccisa.
Il Monarca avvicina le labbra al mio orecchio libero e sussurra: “Cerca di capire se è un ubriacone. Se lo è, digli che è meglio di Bukowski.”
L’autore de L’uomo ha smesso di volare per Scelta si ammorbidisce un po’, anche se la cosa di Bukowski non gliela dico.
Si fidi di noi, dico. Ci dia solo più tempo.
A un certo punto della storia, anche sborrare in faccia a una donna – lo sperma che cola sull’occhio, sulle labbra, la sua faccia disgustata che tanto ti piace – ha una sua poesia.
Delle volte sogno l’inferno e mi pare un posto così confortevole.
Fidatevi.

2012.04.18

#1.

Sediamo sul divano e mi ricordo di essere ancora vivo. Prendiamo due sedie di metallo che sferragliano assai mentre le tiriamo a noi, il rumore ci sveglia ancora un po’.
Lei è la creatura più bella nei dintorni, la più vicina.
Condividiamo un cuscino sulla mia spalla e iniziamo a parlare.
Sono in piedi da ventiquattro ore e le cose non vanno come pensavo, non vanno per niente bene; prevedo di dormire un’altra mezz’ora per questa notte che va finendo, salvo complicazioni incorrenti.
E sono in vena di complicazioni.
Oh, che voglia ho di bruciare tutto e ridere sulle ceneri. Che voglia ho di mettermi contro il mondo intero, e basterebbe così poco. Se solo lei si avvicinasse ancora.
“Voglio baciarti.” dico, senza starci troppo a pensare.
“Che?” dice lei, ridendo nel mezzo di uno sbadiglio.
Perfettamente cosciente di sembrare pazzo, le spiego cosa e perché – e come diciamo noi, qui e ora – e non è facile; il mondo è pieno di folli presunti, gente che si sente o finge diversa e speciale e mi rovina la piazza. 
Facili poeti attaccati al materiale, ai conti da sfangare ogni fine del mese – yeah, vendo case per sopravvivere, piccola, ma potessi darei fuoco a tutto – mentre io sono già oltre da un po’ e vivo la mia terza fase, quella in cui me ne frego delle conseguenze e lascio che il resto del mondo mi guardi strano.
Perché ogni fuoco è bello, ma deve avere un significato. Le dico che me ne sbatto al cazzo di quelli che si atteggiano solo per entrare tra le sue labbra; sono falsi, sono FONY. Ed io sono troppo intelligente per interessarmi ad ammassi di carne con l’uccello in cerca, questo le dico: il mio fuoco ha origini più antiche e lingue di fiamma lunghe come le zampe di un ragno.
Per evitare parole che possa già aver sentito, le dico che sono normale. Più normale di tanti altri, nonostante tutto. E quando torno a guardarla, i suoi occhi sono su di me e sta ascoltando con tutta la concentrazione che la stanchezza le concede.
Non m’interrompe, mi lascia raccontare, e questo mi riempie di una forza che non provavo da tempo.
Sono normale come uno che se ne frega di tutto, le dico, uno che vede la bugia in cui pretendiamo di stare bene e la rifiuta. Non è colpa mia, mi hanno cresciuto così: i miei volevano un bimbo felice e hanno creato un mostro capace di fingere la felicità, senza averla provata mai davvero.
Le racconto quasi tutto, parlo per un paio d’ore, e ogni volta che mi giro convinto di trovarla addormentata, lei è lì, sveglia e in attesa della mia prossima parola.
Mi fa sentire un dio.
Metto insieme tutto quel che ho bevuto, fumato e provato nel corso della notte, lo mischio e le dico che sono normale come uno che vuole un solo bacio, per sapere com’è il suo sapore e null’altro.
Uno che vuole un bacio da lei perché qui e ora ha un valore, è importante come il prossimo respiro. È tutto quel che vuole, null’altro ha importanza.
Affondo gli occhi nei suoi e lei mi guarda stupita, come le avessi appena dato uno schiaffo. Sorride e dice:
“Non possiamo, ci sono troppi testimoni.”
Ed è vero. L’intero mondo ci sta guardando.