giovedì, 12 gennaio 2012

Vai avanti tu.

Quei soldi sono falsi.
Flavio rigira la banconota sotto il sole ma Alessia sa che è tutto inutile, quei soldi sono falsi.
Flavio bestemmia, sbuffa e si guarda intorno con la faccia di un bambino che ha appena scartato un regalo sbagliato.
“Dobbiamo provare a cambiarli” dice, chiamandola a sé, tenendole un braccio intorno alla vita mentre camminano in strada. Accartoccia la banconota nella tasca dei jeans e i suoi occhi vanno da un lato all’altro del marciapiede:
“Trovare un tabaccaio o un bar…” dice, massaggiandole il ventre con il palmo della mano.
“Chi può averteli dati?” chiede lei.
“Rifletti, cos’hai comprato prima di vederci?” chiede ancora.
“Niente di niente da giorni, sono gli ultimi soldi che ho!” risponde lui, strofinandosi il naso con il palmo dell’altra mano.
Lo guarda e il suo volto è duro e irregolare, scolpito nel sole del primo pomeriggio che brilla dietro di lui e la acceca.
Torna a guardare il marciapiede, i loro piedi, e strizza gli occhi per spingere fuori le lacrime.
“Vieni, proviamo qui” dice Flavio tirandola per il braccio in una stradina interna, dentro un piccolo tabaccaio pieno di sedie e biglietti della lotteria fino a esplodere.
Aspettano cinque minuti in fila, dietro due ragazzi e una vecchia chiacchierona, nel locale non c’è aria e le pareti sembrano schiacciarli: arrivano al banco e Flavio chiede due pacchetti di sigarette e un accendino.
La piccola tabaccaia scende da un banchetto e mette il tutto in un sacchetto di carta, mentre Flavio stira la banconota e gliela porge.
“Mi spiace, ma questa è falsa!” dice la donna.
Flavio si giustifica e spiega, spinge fuori Alessia, ringraziando e scusandosi per l’equivoco.
“Cazzo!” dice appena fuori il tabacchi, riprendendo a camminare.
Lei lo segue senza parlare, per non rischiare d’irritarlo più di così.
Attraversano vicoli e strade con vigili e molti turisti che intasano il cammino sui marciapiedi.
Lo segue finché lui non si volta a guardarla e le dice che è bellissima e le dice che esistono due tipi di rapporti umani al mondo:
“Le persone che conosci fanno parte della sfera affettiva e questo è molto complicato, ma i rapporti con chi non conosci sono molto più semplici.”
È come una partita a scacchi, dice.
Il più forte deve prevalere, è una delle leggi che mandano avanti il mondo.
“E tu staresti benissimo con del rossetto” dice, riprendendo a camminare davanti a lei.
Alessia fruga nella borsetta, trova il rossetto e spalma uno spesso strato rosso ciliegia sulle labbra; sistema la coda dei capelli e gli occhiali sul naso, slaccia un bottone della camicetta per il troppo caldo.
Flavio si guarda intorno alla ricerca di un altro negozio dove tentare la fortuna.
“Le persone che non conosci puoi anche ingannarle, è facile… perché non sciogli i capelli?” le dice.
Alessia tira via l’elastico e riavvia i capelli.
“Ecco, così sei bellissima” dice lui e la bacia.
“Le persone che non conosci puoi fregarle senza alcun rimorso, senza perderci il sonno, ed è facile perché non siamo altro che animali, primitivi.”
“Prova a togliere gli occhiali” le dice, prima di sparire in mezzo alla folla.
Alessia aspetta cinque minuti, dieci.
Flavio torna da lei, arrivando alle sue spalle. Le copre gli occhi per farle uno scherzo, le bacia dolcemente il collo.
“Meravigliosa” le dice.
Bellissima.
“Una delle regole base di questo mondo” dice Flavio, prendendola sottobraccio “è che gli uomini subiscono il fascino femminile, senza possibilità di errore: un vero uomo non rifiuterebbe mai una cortesia a una bella ragazza, specie una che non si fa staccare gli occhi di dosso.”
Se riesce a mantenerlo distratto, dice, è possibile ci caschi.
“Chi?” chiede Alessia.
“Il tabaccaio!”
“Quale tabaccaio?”
“Quello dove stiamo andando! Ascolta, è solo un ragazzino” le dice fermandosi davanti il tabacchi, slacciandole un altro bottone della camicetta “fai gli occhi dolci e sculetta un po’, vedrai che andrà bene!”
Alessia non sa cosa dire, Flavio le caccia in mano la banconota falsa e la spinge dentro il tabacchi, restando ad aspettarla fuori.
“Buongiorno!” dice il ragazzo, che è davvero giovane “Posso esserle utile?”
Alessia apre la bocca e resta lì, senza parole.

lunedì, 09 gennaio 2012

Seduti sul divano, davanti allo schermo della tv.

Laura deve venire a prendere le sue ultime cose, quelle che non è riuscita a portare via con i primi due viaggi.
Simone è seduto sul divano, i piedi sul tavolino, un bicchiere di whisky in mano – senza ghiaccio – fissa le scatole di Laura con occhi annebbiati.
Quel che era il salotto è ora una stanza vuota, eccetto i mobili e le mensole che accumulano polvere. Le sue cose – i libri, i film, le foto e il computer, modem compreso – sono stipate nella camera da letto, perché quelle sono le cose rimaste a lui, mentre tutte le cose di Laura sono dentro a una scatola.
L’eco s’è fatta profonda, pensa Simone.
Lancia un grido e quello si ripercuote sulle pareti, attraversa i sottili confini di casa sua per risuonare nell’androne.
Arriccia il naso fino a capire che l’odore aspro che sente viene dal suo corpo. Tra due ore dovrebbe essere al lavoro ma non ha voglia di farsi una doccia, lavarsi è proprio l’ultimo dei suoi pensieri.
Sono tre giorni che gira per casa con gli stessi vestiti, a grattarsi il culo mentre versa un altro bicchiere, trascinando i calzini sul pavimento sporco; dal letto al bagno e dal bagno alla cucina, il lavandino pieno di piatti e bicchieri macchiati.
Tre giorni con il telefono staccato, tre giorni che lei è andata via.
Laura apre la porta con le sue chiavi per l’ultima volta. Le lascia sul mobiletto, sotto la lampada, e poggia la borsa sul pavimento.
È sicura di essere sola.
Simone la sente andare in camera da letto e sibilare un qualche commento sarcastico davanti al caos che trova, la sente andare in bagno – è l’eco, pensa, l’eco che s’è fatta profonda.
Lei ha lasciato la porta aperta, è sicura di essere sola. La sente pulirsi e sistemare l’abito davanti allo specchio.
“Che casino…” mormora Laura, entrando in salotto.
Non lo vede subito, si accorge di lui solo vedendolo riflesso sullo schermo spento della televisione.
“Oh!” dice voltandosi, imbarazzata “Ciao.”
“Ciao.” risponde lui, sedendo composto.
Lascia il bicchiere sul tavolo e deglutisce cercando di scacciare il sapore del whisky, provando vergogna per essersi fatto trovare in tali condizioni.
“Come stai?” le chiede.
“Tutto bene, oddio, intendo” risponde lei.
“Capisci, no?” dice.
“Certo.” le risponde lui, congiungendo le mani sul petto.
“Sono venuta a prendere le mie cose” dice lei, muovendo un passo verso le scatole.
“Vuoi sedere un momento?” chiede lui, battendo una pacca sul divano “Posso offrirti qualcosa?”
Laura ci pensa. Passa una mano tra i capelli, dice sì.
“Perché no?” dice, sedendo all’angolo opposto rispetto a lui.
Simone la osserva nel riflesso della tv: Laura tiene le mani composte in grembo, le gambe chiuse e la schiena dritta e non c’è luce nei suoi occhi, né un sorriso sulle sue labbra.
Quasi non la riconosce.
“Che cosa puoi offrirmi?” chiede.
“Che cosa posso offrirti…” dice lui “Il caffè non ti piace, il tè è finito in una scatola: vuoi un whisky?”
“Vuoi parlare?”
“O della grappa, preferisci una grappa?”
“Un dito, grazie” risponde lei.
Simone si alza per prendere la bottiglia dal tavolo, la posa sul tavolino e le chiede di aspettare mentre cerca un bicchiere pulito.
Torna dalla cucina con un bicchiere di plastica ammaccato, trovato in fondo a un cassetto.
“Non è il massimo, lo so” dice, versandole la grappa “ma è tutto quel che ho!”
“Avevamo del vino nascosto da qualche parte” dice Laura, luminosa come a lui non capitava di vederla da qualche tempo.
“Quello è finito da un pezzo” dice lui.
“L’hai bevuto tutto da solo?”
“No, è venuto qualche amico a trovarmi.”
“Hai dato una festa?”
“No.” risponde lui, tornando a sedere sul divano.
“Ok, scusa” dice Laura, e assaggia la sua grappa.
“Non è così male” dice.
“Ora, immagino ti piacerebbe avere delle risposte” dice, guardandolo dritto negli occhi.
“No” risponde lui “non m’interessano le risposte.”
“Io sento che sarebbe giusto dartele” dice lei.
“Davvero” dice ancora lui, riprendendo il suo whisky “non ne ho bisogno.”
“Stai bevendo un po’ troppo per uno che tra poco deve andare al lavoro” osserva Laura, tenendo lo sguardo fisso sulle sue cose.
L’auto l’avevano comprata insieme, ma era rimasta a lei. Consuma poca benzina ed è molto piccola e Laura si chiede se riuscirà a far entrare tutto – proprio tutto, questa volta.
“Non credo andrò al lavoro oggi” dice Simone, rimescolando il fondo del suo bicchiere.
“Lo immaginavo, non sei mai andato al lavoro in questi giorni.”
“Come fai a saperlo?”
“Lo so.”
“Senti, a me spiace che tu la stia prendendo così…” prova a dire Laura, i suoi braccialetti schioccano l’uno contro l’altro mentre si torce le mani.
“Sì” la interrompe lui “ma sei tu che te ne sei andata, non mi pare ci sia altro da aggiungere.”
“Forse hai ragione” dice lei, finendo il suo bicchiere. Il suo riflesso nello schermo si confonde mentre dice che tutto è molto buffo.
“Molto buffo alla fine” dice alzandosi a prendere una sigaretta dalla sua borsa, ancora sul pavimento nel corridoio.
Torna sbuffando fuori le prime boccate veloci, com’è sua abitudine fare.
Prende il posacenere dal tavolino, resta in piedi.
“Non capisco” dice lui, facendo una smorfia.
“E’ tutto qui dentro e quanti viaggi sono serviti? Tre? Forse ne serviranno quattro, sì, forse, ma al massimo quattro…” dice lei, leccandosi le labbra “e la nostra macchina è molto piccola; quindi tutta la mia vita fin qui è facilmente trasportabile in quattro piccoli viaggi!”
“Questo è molto buffo, e molto triste” dice.
“Posso capire” dice Simone, stendendo di nuovo i piedi sul tavolino.
“Almeno, credo di poter capire. Ma non è più la nostra macchina comunque” le dice, cercando di sorridere.
Laura muove gli occhi per la stanza sporca, vede i mobili impolverati e le bottiglie di vino vuote sopra, lo stendino rovesciato vicino al tavolo, con i panni ancora appesi.
“Tu sei sicuro di non aver bisogno di nulla, giusto?” dice, tornando a posare gli occhi su di lui.
“Sicurissimo!” risponde lui, e sorseggia quel che rimane del whisky.
“Allora inizio a portare fuori le mie cose, se non ti spiace.”
“Fai pure.” dice lui. Sposta i piedi sul divano, stende le gambe. Chiude gli occhi e si rilassa, mentre Laura porta fuori le sue cose e l’eco – che s’è fatta profonda – amplifica ogni suo respiro.
Si addormenta mentre lei sbuffa alzando le scatole più pesanti, ascoltandola imprecare sottovoce.
Quando riapre gli occhi, s’è fatta sera e la stanza è fredda come una ghiacciaia.
Laura e le cose di Laura non ci sono più e lui è solo, nello scheletro freddo di una casa.
Simone guarda allo schermo della grossa tv, spento e nero e incapace di riflettere la sua immagine nella stanza buia; sente la testa vuota e un cattivo sapore in gola, che lo disgusta.
Accende la lampada vicino alla sua testa e osserva il nuovo riflesso di sé nello schermo.
“Ti serve una mano con le tue cose?” chiede alla tv spenta.
“Per portare via la tua piccola vita?” chiede.
Osserva il riflesso di sé nello schermo e la sua faccia non è mai stata così seria.

martedì, 20 dicembre 2011

Prima del meritato riposo.

Erano le sette di sera e fuori della finestra sembravano le quattro del mattino, l’acqua scendeva dal cielo a secchiate e formava rivoli profondi intorno ai marciapiedi.
Sentiva i calzini fradici, l’umidità attaccare le sue caviglie stanche per la giornata di lavoro; sedette sul letto e scalciò via le scarpe, aprì la borsa e ne tirò fuori un asciugamano, massaggiò i piedi guardando la sua nuova stanza per la notte.
Minimale. Oltre il letto e i suoi due comodini, vi erano un tavolo e una sedia a ridosso della parete destra e un piccolo bagno dall’altra parte; le pareti erano rivestite di una carta da parati vomitevole, il pavimento ricoperto di maioliche fredde e sporche.
Si lasciò andare sul materasso, sbottonando la camicia.
Tirò via il nodo della cravatta e si mise a guardare il soffitto, una lingua di seta a tinta unica si muoveva sul suo stomaco seguendone il respiro.
Il suo era un lavoro di treni e viaggi, un lavoro che si faceva stando eretti: ogni sosta era un paradiso per il corpo e i nervi e la stanza povera di un appannato motel come quello era la sua casa.
Nella valigia c’era tutto ciò che poteva essere utile: un adattatore per la spina; uno spazzolino da denti e un rasoio; un paio di cambi d’abito e qualche asciugamano.
Tutta la sua vita era racchiusa in un trolley che arrivava a malapena alle sue ginocchia.
Era stanco sì, ma non troppo. Si sentiva nevrotico, elettrico, eccitato.
Prese dei fazzoletti dalla tasca dei pantaloni e slacciò la cinta, li fece cadere fino alle ginocchia con due strattoni e cominciò a massaggiarsi il cazzo attraverso il tessuto sottile e ruvido dei boxer.
Si eccitò subito. Sentiva il ventre ribollire, i testicoli gonfiarsi fino a esplodere, la cappella irritata ma sempre più sensibile al tocco. Lo tirò fuori stringendolo tra le dita, strofinando lentamente il glande con l’indice.
Il cazzo pulsava nella sua mano, scalciava, e lui chiuse gli occhi e gettò indietro la testa, pronto a schizzare la sua roba il più vicino possibile al cielo. Stava per venire quando aprì gli occhi e vide Gesù che lo osservava con disgusto e pietà.
Il crocefisso pendeva da un chiodo sopra il letto, una ventina di centimetri più in alto del cuscino, e lo fissava con piccoli occhi di acciaio.
Fermò la sua mano, ricacciò indietro lo schizzo e le sue viscere protestarono violentemente.
Si alzò dal letto e si ricompose un po’.
Accese una sigaretta.
La fumò camminando nervosamente per la stanza, grattandosi la testa.
Non poteva togliere il crocefisso dalla parete – non gli sembrava carino farlo – ma neanche poteva rinunciare a masturbarsi, ne aveva bisogno. Poteva chiudersi in bagno, ma farlo sopra alla tazza sembrava davvero troppo patetico.
Tirò uno sbuffo di fumo nell’aria e, di nuovo, osservò la stanza con occhio critico alla ricerca dell’angolo perfetto per il delitto perfetto, lontano dagli sguardi indiscreti di Cristo: il letto occupava il centro della camera, il letto e quei due comodini… sorrise.
Poteva stendere le gambe sotto il tavolo attaccato alla parete, sedere dando le spalle al crocefisso, rilassarsi e cominciare da capo.
Alcuni – pensò – si masturbano da seduti, senza calma, la mano frettolosa che spreme fuori uno schizzetto asfittico, triste e dal getto debole.
Pensò che, ancora una volta, il mondo andasse diviso in due categorie: quelli come lui e quelli per cui eiaculare era un esercizio motorio, una conseguenza.
Sedette e tornò a massaggiare il cazzo lentamente, con voluttà: chiuse gli occhi richiamando alla mente le immagini del passato, la carne cruda e il sudore acido, il sapore sempre uguale eppure diverso degli umori vaginali, le grida e i sussurri.
Ma niente servì allo scopo, neanche le sue fantasie più scure e limacciose.
Il piacere che provava poco prima era andato perso, ricacciato a forza nei meandri delle sue viscere. Sbuffò e bestemmiò e si alzò dalla sedia con il cazzo che pendeva come un inutile sacco di pelle e muscoli, un naso finto come quelli che si mettono a carnevale.
Indispettito, chiuse la patta e riallacciò i pantaloni e accese un’altra sigaretta guardando con rabbia al crocefisso.
“Neanche una sega posso farmi!” gridò sprezzante, dando un calcio alla gamba del letto.
“Cazzo! Mi hai fottuto l’orgasmo!” gridò ancora mentre quei sottili occhi d’acciaio lo fissavano, definendolo come uomo, come misero peccatore sulla terra – ancora profondamente sbagliato, almeno questa era la sua sensazione al momento.
Distolse lo sguardo dalla parete e lo volse al pavimento della stanza, al tappeto macchiato e strappato vicino alla porta del bagno.
Poteva andare e farlo sopra la tazza, pensò.
NO.
No.
Travolto da un’ondata di calma irrazionale, trascinò la sedia di plastica dal tavolo al letto, sedendo proprio davanti al crocefisso: stese le gambe, prese un profondo respiro e cominciò a toccarsi sotto gli occhi del redentore.
Tornò a smuovere le profondità del suo desiderio, pellicole d’incesto e umiliazione e violenza nella sua testa.
La Madonna, pensò titillandosi.
La Madonna è rappresentata sempre come una gran fica: seni abbondanti e succulenti, adatti a nutrire un messia; un utero grande come il mondo, profondo e caldo come le radici dell’inferno.
Caldo come il suo ventre, come il suo cazzo.
Immaginò di spogliarla di quella sua tunica bianca, di quel velo azzurro, slegando i suoi capelli perché potessero scenderle lungo la schiena fino a lambirle il culo. Immaginò di baciarle il collo e leccare quei santi seni e più giù fino all’origine di tutta la marcia storia, mentre lei inarcava la schiena per offrirsi meglio alle sue labbra.
Immaginò di penetrarla tenendola ferma per i polsi, mentre lei gridava e scalciava e sottili righe di lacrime solcavano il suo viso.
Rovesciò gli occhi e sentì il getto del suo sperma, il liquido colare – spesso e appiccicoso – sulle sue dita ancora chiuse intorno alla cappella pulsante.
Digli che è stato un angelo, pensò.
Digli che è stato un angelo.
L’indomani avrebbe dovuto portare i pantaloni in tintoria e strofinare via le macchie finite sul pavimento prima di lasciare la stanza, ma il suo orgasmo era stato eccezionale – pulito, accecante.
Si alzò e cercò nella sua valigia i fazzoletti per pulirsi, guardando alla parete, al crocefisso che ora era solo un’accozzaglia di legno e metalli poveri.
 

venerdì, 16 dicembre 2011

Dalla parte sbagliata.

Al tg hanno detto che quella sarebbe stata una giornata complicata per il traffico: scioperi, manifestazioni, quella roba là e pare che in giorni come questo il numero di veicoli in strada raddoppi, triplichi. Come durante un forte temporale, quando bastano due gocce d’acqua per mandare la gente fuori di testa.
È un’impressione, pensa Mario allacciando la cravatta.
Altrimenti vorrebbe dire che c’è un consistente numero di stronzi, là fuori e parlando solo di questa città, che possiede una macchina o un mezzo per usarlo esclusivamente in certi casi e tenerlo chiuso in garage per il resto dei giorni.
E non è un concetto assurdo?
È assurdo, pensa Mario entrando in auto.
Di solito quando dicono che c’è traffico, la gente ci crede e si può star sicuri che ce n’è.
Invece no, non c’è in giro quasi nessuno ed è una bella giornata di sole.
Non è ancora estate ma a breve si parlerà di spiagge e costumi e onde e dopo, a stretto giro, di Natale e buoni sentimenti.
L’albero profumato ballonzola davanti ai suoi occhi, si scuote a ogni buca, ogni minima imperfezione della strada. L’auto è andata, l’auto e gli ammortizzatori dell’auto.
L’albero è impregnato di un forte profumo, una fragranza chimica di Mango, tanto da far arricciare il naso se annusato da troppo vicino o troppo a lungo.
Dà alla testa e forse provoca una voce squillante e sottile, come l’inspirare elio, o forse no, non importa comunque perché quell’albero è importante nel loro lavoro e non se ne può fare a meno.
Giuseppe, il capo, lo aspetta fuori dall’agenzia con una sigaretta in bocca e i gomiti poggiati sulla cassa.
La bara pesa più del solito, il tipo doveva essere robusto.
Era un ciccione di merda, sentenzia Giuseppe sedendo in auto.
Mario torna in strada e Giuseppe inizia a tormentarsi le mani strette sul grembo: con l’indice della sinistra scava la pelle della mano destra e viceversa, fermandosi solo alla vista del sangue, allora mette il dito in bocca e lo lecca ben bene finché la pelle fresca non smette di sanguinare.
Poi ricomincia da capo.
È così ogni viaggio, ogni anno.
È così da sempre, da quando lo conosce.
La sua squadra dovrà fare un gran lavoro sulle sue mani, ma non sarà un problema: la sua impresa conta una delle migliori equipe di ricostruzione nell’ambito, gente che sa fare il mestiere a occhi chiusi.
Gente capace di prenderti e renderti bello, affascinante come non sarai mai più e giusto in tempo per il tuo funerale.
Arrivano in chiesa, portano dentro la bara e tornano in auto ad aspettare la fine della funzione.
Dopo un paio d’ore circa, riportano la bara in auto e iniziano la lunga marcia verso il camposanto.
Mario inspira profondamente masticando l’acido e amaro profumo di Mango, una striscia rovente di sole che attraversa il parabrezza e scalda le nocche sul volante: quando il tachimetro tocca gli ottanta, alza gli occhi sul retrovisore per vedere se i parenti lo seguono o se li ha seminati – è già successo e dopo finisce che si lamentano tutti – ma fortuna che l’auto è ancora lì e dietro può vedere il resto del corteo.
È un bel giorno per seppellire qualcuno, pensa e tira dritto per la strada.
Più tardi, al cimitero, fumano una sigaretta poggiati contro due file di lapidi più in là dell’estremo saluto.
“Com’è morto questo?” chiede Mario sbuffando il fumo contro una data incisa nel marmo – una data recente.
“Stava dalla parte sbagliata.” risponde Giuseppe.
Ogni viaggio, ogni giorno, tutti sono dalla parte sbagliata. Ci sono nati o ci sono finiti, per volontà o per puro caso.
“Dalla parte sbagliata di cosa?”
Una pistola. Un autobus. Una boccetta di medicinali.
“Stava dalla parte sbagliata della gravità e di cinque piani!” dice lui ridendo sommessamente.
Li chiama Tuffatori, e non si può fargliene una colpa. Cerca solo di alleggerire il suo ambiente di lavoro, ecco tutto.
Giuseppe dice che ricomporre un Tuffatore non è facile perché più decide di andare in alto e più si scompone all’impatto – e nel caso del nostro amico di oggi, va aggiunto il fattore obesità.
Un vero casino, dice. Perché le ossa del cranio sono come il vetro rinforzato e non si rompono facilmente, ma quando accade si frammentano in tanti piccoli pezzettini.
La forza del colpo si spande attorno al punto d’impatto creando una ragnatela di profonde microfratture e basta un niente, un niente davvero, per ritrovarsi con due dita nella testa di un uomo.
In più, dice schiacciando la cicca sotto la scarpa, è impossibile ricomporlo come prima.
“Sai cosa succede alla tua faccia dopo una caduta di cinque piani?” chiede.
Non si tratta delle ferite e del sangue, dice. Quella roba non è un problema.
Le ossa del viso rinculano indietro, questo è un problema: si conficcano nella gola, nel cervello, la mascella ti finisce quasi sotto le orecchie. E quando ti tirano su il volto, questo si piega su se stesso, la pelle floscia come il ventre di un vecchio obeso.
Tu dirai, dice Giuseppe scorticandosi le mani, che non osi immaginare cosa succede al resto del corpo…
… ma non tutti sono interessati a guardare il resto del corpo, dice.
Il corpo – solitamente – interessa ai parenti di uno che è finito dalla parte sbagliata di un treno, di una motosega: è quel genere di cliente che ci tiene ad avere un corpo anatomicamente perfetto da riconsegnare alla terra.
Due braccia, due gambe, dieci dita.
Mentre chiunque vuole vedere la faccia del cadavere, dice.
La cosa buffa è che alla fine sono tutti molto più belli di quando erano in vita, tipo il Tuffatore: aveva la pelle così rovinata sui bordi, all’attaccatura dei capelli e sotto il mento, che l’hanno dovuta tagliare via ed ecco che il tuffatore s’è beccato un lifting dai migliori professionisti sul mercato.
Ne era uscito come un perfetto esempio di prima e dopo la cura. La moglie aveva pianto a dirotto perché non l’aveva mai visto così in forma.
Ed è all’incirca a questo punto che ogni giorno, ogni sepoltura, Giuseppe inizia a comparare il suo lavoro alla chirurgia estetica.
Qualcosa che ha a che fare con la bellezza.
“Il mio lavoro consiste nel rimettere a nuovo il corpo e fornire una cassaforte che lo tenga al sicuro dal freddo e dai vermi, laggiù, tre metri sotto terra…”
Giuseppe ride e chiede se non è un concetto assurdo.
Lo è, dice Mario, ma lui è solo l’autista.
Il rito finisce e tornano alla macchina. Questa volta sono loro a seguire i parenti del Tuffatore, fin dentro la loro casa: qui, in un salotto ripulito in fretta e male, li aspetta un piccolo tavolo pieno di piatti e bicchieri di plastica.
Due bottiglie di chinotto, una di brandy e qualche tramezzino.
La famiglia del defunto siede sul divano, la moglie tiene in mano una cornice e nella cornice una foto del marito: un uomo vecchio, baffi grigi e spettinati, un sorriso sbiadito dalla vecchia pellicola.
La donna mostra la foto a chiunque si avvicini e per tutti ha qualche parola in ricordo del povero marito, così Mario preferisce starsene contro il muro di là della stanza, il più lontano possibile da lei.
Giuseppe è sparito da qualche parte a fare pubbliche relazioni: succede spesso che la gente muoia a grappolo nella stessa famiglia e in breve tempo, dice sempre.
Conviene farsi un po’ di pubblicità.
Mario controlla l’ora stando attento a non versare neanche una goccia del bicchiere che tiene in mano da quando è entrato. Delle volte può essere utile tenerne uno, specie in certe occasioni che possono velocemente farsi imbarazzanti.
Di solito, la gente tende a lasciarti in pace con il tuo bicchiere e lui non ha davvero voglia di parlare con nessuno.
Vorrebbe solo prendere Giuseppe e tirarlo per le maniche fuori di qui, lontano dall’aria grassa e soffocante del lutto.

 

mercoledì, 16 novembre 2011

Join the revolution.

I am the child of God
send here to bring salvation on the earth…
you’re welcome!

Bill Hicks.

Sono incazzato e dunque non starò a guardare la sintassi, la grammatica, il tempo dei verbi o del periodo: lascio queste stronzate agli scrittori di professione che ne hanno di tempo libero.
Questa è una dichiarazione di guerra – è la terza o la quinta che faccio, non so, ho perso il conto.
Breve riassunto: ho avuto una vita di merda, ma gli psicologi non sono riusciti a prendermi perché corro troppo veloce. Ho ancora una vita di merda, ma solo perché intorno a me è pieno di gente che non capisce cosa voglio fare. Proprio non ci arrivano, non rientra nel loro elenco di cose fattibili su questo piano di esistenza.
I miei genitori, i parenti e gli amici mi trattano come un’idiota perché non mi decido a prendere in mano una sparachiodi e tirare su muri di compensato. Ho scritto un libro di circa 160.000 battute e quando mia madre l’ha visto stampato mi ha chiesto:
“L’hai davvero scritto tu?” ed è stata l’unica volta che l’ho sentita davvero sorpresa, in qualche modo ammirata, nei miei confronti.
La nostra precedente conversazione al riguardo è di qualche anno fa ed è andata pressappoco così:
“Oh mà! Un mucchio di coglioni dalle parti di Empoli pensa abbia scritto un libro interessante e mi danno 250 euro!”
“Bene! Cosa vuoi per cena?”
Ora ha questa targa di merito sul comodino e la tiene come se avessi vinto un concorso di spelling in quarta elementare.
Non pensateci, quelli erano davvero un mucchio di coglioni. Mi hanno dato un assegno e subito dopo mi hanno proposto di pubblicare il libro pagando cinque volte tanto.
Non sono così stupido, quei soldi mi servivano per fare cose più importanti: comprai venticinque grammi di verde erba e continuai a scrivere.
Ho una ragazza ed è una cosa seria, cazzo. Non pensavo e non ero pronto, ma sono stato chiaro fin da subito:
“Sono un coglione, non ci so stare a questo mondo, non mi piace e non voglio starci come tutti: scordati una vita tranquilla, una casa e dei figli, perché probabilmente passerai la maggior parte del tempo a prenderti cura di me e delle mie droghe e delle mie depressioni profonde.”
Deve aver pensato che stessi scherzando e prima o poi si renderà conto di quanto ero serio.
Sono pronto.
Il dolore è parte integrante di ogni cosa bella, saperlo è stare tre passi avanti: così quando se ne andrà, piangerò e mi sfascerò un po’ più del solito, questo è un dato di fatto.
Sono incazzato, quindi non c’è un filo logico in questo discorso, arrendetevi.
Non dirò perché sono incazzato, non ce n’è davvero bisogno, scegliete voi il motivo per cui siete incazzati e potrete benissimo applicarlo a me. Andrà bene comunque.
Ho degli amici che non hanno idea di quel che faccio qui: potrebbero aiutarmi un po’ semplicemente condividendo i miei link nei social network, ma è molto più importante condividere le pagine di Camorra&Love o link del cazzo con frasi del cazzo di persone morte del cazzo.
Ho un padre che proprio due giorni fa mi ha dato della testa di cazzo. Dice che sono una testa di cazzo e che mi troverò sempre male in questo mondo.
È uno stronzo e come tutti gli stronzi ha ragione per i motivi sbagliati: per lui le mie cose andranno sempre male perché non voglio essere un fottuto miserabile, spreco di carne, materia grigia e sperma come lui.
Chi se ne frega, al vecchio restano due sputi di vita se tutto va bene ed io berrò tanta acqua prima di andare a pisciare sulla sua tomba – cosa che farò, me ne frega un cazzo se fa brutto. Lui si merita questo ed io mi sono guadagnato il diritto di farlo.
Così io scrivo mentre il mondo mi dice di smettere.
I miei genitori, i parenti e gli amici mi trattano come un’idiota.
Ho qualcosa da dire a tutta questa gente: ho ottanta persone che mi leggono e una cinquantina che ogni giorno controllano questo blog per vedere se ho scritto altro, per rileggere le mie vecchie cose e voi riuscite a malapena a farvi ascoltare da una persona senza che questa sbadigli. Ecco cosa.
È una piccola falange dell’esercito che vorrei costruire: conosco gente che ha molto più seguito di me e contatti abbondanti per spaccare il mondo, ma sono dei piccoli incapaci che non sanno da dove cominciare o tengono famiglia e preferiscono avere rose nel proprio giardino invece di appiccare fuoco a tutto.
Sono onorato di ciò, non ho intenzione di spillarvi soldi per farmi una villa e una piscina e poi dirvi che – deficienti! – anche voi potete essere come me. Non potete essere come me, non dovete imparare a memoria il compitino.
Voglio affermarmi come scrittore per arrivare a un microfono, voglio amplificare la mia voce e non per dirvi che il mio prossimo libro parlerà della rivoluzione russa attraverso gli occhi di un pastorello di dieci anni in preda alle prime fregole.
Voglio un microfono per cambiare il mondo o morire provandoci, e se questa è una cosa idiota vi ricordo che sono sempre lo stesso idiota che scrive.
È il momento di fare la conta.
La pissfactory è stata un buon modo per introdurmi: nella mia idea doveva davvero essere una cosa collettiva, ma alla fine le cose migliori si fanno da soli.
Tornerà quando avrò modo di coinvolgere sul serio altre persone per fare quel che voglio fare.
Questo è il momento in cui io vi dico che sono Daniele Capaccio e che è il tempo della conta, perché da adesso in poi non si cazzeggia più.
Questa è una dichiarazione di guerra e la guerra è dietro l’angolo.
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Join the revolution, cause the revolution will not be televised.

giovedì, 27 ottobre 2011

Memorie Erotomane Ingessato: 4.

Mancata conformazione alle norme sociali.
Falsità e tendenza all’inganno.
Impulsività e impossibilità di pianificare in anticipo.
Irritabilità e aggressività.
Totale disinteresse per la sicurezza o la salute altrui.
Incapacità di sostenere rapporti di lavoro o sociali a lungo termine.
Mancanza di rimorso, indifferenza.
I tratti tipici del sociopatico. Ne ho almeno cinque su sette. Ogni tanto rileggo la lista per vedere se il mio percorso verso l’omicidio seriale ha fatto qualche passo avanti.
Un giorno toccherà a me, datemi tempo.
Un giorno qualcuno riderà dei miei racconti, del resoconto di quest’alba atipica: incastrato con una grassona conosciuta neanche un’ora fa, a darci dentro come se tutto potesse implodere da un momento all’altro, gli organi che smettono di funzionare colpo dopo colpo e, finalmente, la tanto agognata morte.
La morte che ha gli occhi azzurri di Silvia.
“Dimmi che sono la tua puttana…” mugola la grassona. Suda, i capelli appiccicati alle guance, mi dà una sgradevole sensazione di unto. È fradicia – segno che non ne vedeva da un po’ – e ogni volta che entro faccio lo stesso rumore di bagnato, di schizzo, che fa un ragazzino saltando in una pozzanghera.
Non sono neanche vicino all’idea di venire.
La giro sulla schiena entrando dietro, ché non mi va di vedere ancora la sua faccia.
Forse è quella faccia rossa e gonfia che m’inibisce.
O forse è l’erba che ho fumato prima.
O forse sono io che non provo mai un cazzo di niente, ecco cosa.
Io che mi sento solo anche dentro la gente.
Grida tanto che sono in allerta costante: capace da un momento all’altro ci bussano dal pavimento, dalle pareti vicine o direttamente alla porta di casa.
Sono le sette del mattino circa. Aldilà delle tapparelle semichiuse vedo la notte mutare in quel paradisiaco azzurro, fresco e un po’ spento del primo mattino: è l’ora buona per scendere a comprare cornetti caldi per la colazione, altroché.
Neanche un paio d’ore fa, questa sarebbe stata un’ottima idea. O mettermi a dormire.
Un paio d’ore fa, finivo la mia notte inutile vagheggiando in una stupida chat libera. Stavo per chiudere, quando questa tizia m’ha attaccato bottone: le ho scritto due stronzate, così per non comportarmi da completo asociale e lei m’ha proposto di vederci subito.
Viene fuori che lavora come infermiera in un ospedale vicino casa mia, che il suo turno sta per finire.
Ci vediamo dalle parti di San Giovanni di Dio.
Viene fuori che è un donnone immenso, roba da quasi duecento chili. Mica uno scherzo.
Il resto è stato arrivare fino a casa sua.
Ogni tanto si gira e mi guarda con la coda dell’occhio, uno sguardo appassionato – quasi innamorato – e passa la lingua sulle labbra enormi.
Magari si sente pure un po’ sexy, non si sa mai.
Magari si sta facendo tutta una serie di film su quel che succederà domani, tra i due di noi.
Magari aspetta fiori e cioccolatini e altre romanticherie tipiche di tutti i film con Meg Ryan che ha visto.
Capace che non ha preso in minima considerazione il fatto che sono qui per noia, ché non c’è altra guerra in cui posso gettarmi e morire.
Neanche s’immagina le mie idee pragmatiche/naziste sul falso amore che spinge i ciccioni, gli storpi, i ciechi e i sordi e la cazzo di gente normale ad accoppiarsi con i propri simili.
Dice che l’amore unisce i caratteri simili, si basa sulle cose che hanno in comune.
Cazzate, dico io.
I ciccioni si riproducono tra loro perché la maggior parte della gente è magra e li rifiuta.
Gli storpi, i ciechi e i sordi lo stesso: rimarcano le loro differenze dal resto del mondo che mai li capirà.
Il resto sono eccezioni politicamente corrette.
È la versione moderna della vecchia selezione naturale, mi sa.
Continuo a spingere in quell’enorme culo d’adipe squagliato: gli occhi mi si riempiono di piccole bolle, di luci esplosive, la testa leggera e impegnata a discernere delle molecole, degli atomi che tutto compongono.
Tutto, anche questo schifo.
Basta.
Non posso continuare. Esco e scivolo giù dal letto, in ginocchio sul pavimento.
Lei tira grandi respiri e se ne sta un po’ per i fatti suoi, prima di sedere, coprendosi malamente con le lenzuola.
“Mica sei venuto?” chiede lei, ansimando forte.
Chiaro, questa manco due file di scale riesce a fare senza prendersi uno spasmo.
“No, non vengo quasi mai” dico, ragionando sul bene e sul male.
Bene è che vedrò Silvia tra un paio di giorni, ha un qualche spettacolo che non ho capito bene. Il male è che ci viene apposta per lo spettacolo, qui a Roma Città. Ci viene da Milano, che lì abita la ragazza spaventapasseri.
Non è una cosa carina.
Guardo all’orologio-sveglia che brilla di numeri, oltre la massa di carne nuda ansimante sul letto e quello mi rimanda un 8:02, rosso elettrico e lampeggiante.
Ora di fuga.
Prendo i calzini e i pantaloni e mi vesto in fretta.
“Già vai via?” chiede lei, spiaggiata sul letto.
“Sì, scusa…” bofonchio “Ho delle cose da fare…”
Sembra delusa. Gli occhi si allargano fino a mangiarle il resto della faccia e lei si fa tutta triste, bisognosa di affetto.
“Ci rivedremo?”